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Le fonti storiche

Al di là della leggenda in precedenza ricordata, secondo la quale la chiesa esisteva già all’inizio del secolo V, non abbiamo documenti o notizie che ne indichino l’origine e l’epoca precisa di costruzione. E’ molto probabile che il culto dei martiri Ciro e Giovanni sia stato introdotto a Roma durante il VII secolo, nel periodo in cui molto forte fu l’influenza orientale. Entrambi i santi appaiono infatti in uno dei primi affreschi nella chiesa di S. Maria Antiqua nel Foro Romano, in una decorazione delle pareti della cappella a destra dell’abside, risalente al papato di Giovanni VII (707-708).

Nel IX secolo il culto dei due martiri si diffuse di più. Lo testimoniano le molte chiese ed oratori che vennero dedicati a loro, di cui però non abbiamo che il nome. Soltanto la chiesa di S. Passera, la più antica è rimasta come ricordo di tanta devozione.

Giovanni Diacono, nella vita di S. Gregorio, in un passo sembra accennare alla chiesa di S. Passera. Infatti scrive: “Cumque presbyter monachus Lucido Episcopo tam dirum nuncium revelare timeret, tacere autem penitus non auderet: monasterio se tandem proripuit, et ad domun Episcopi, non longe a flumine Tiberi, regione videlicet iuxta basilicam sanctorum Ciri et Ioannis positam, somnium nunciaturus accessit…”. Se questa ipotesi è valida, si può stabilire che la chiesa esisteva già nel VII secolo.

Da un documento del 1059 sappiamo che la chiesa era in quel periodo in possesso delle monache benedettine di S. Ciriaco in via Lata. Nel documento si legge che Teodora con i figli Costanza e Sasso, “refutano” in presenza di Crescenzo Arcano a Teodora, abbadessa di S. Ciriaco e Nicolò, una vigna fuori Porta Portese “vocubulum sancti Abbacyri, iuris vestri monasterii”. Non possiamo sapere però in quale periodo ed a che titolo le monache di S. Ciriaco erano venute in possesso della chiesa.

In una pergamena del 1317 per la prima volta il luogo in cui sorge la chiesa è chiamato S. Passera. In una compravendita di terreni vicino alla chiesa, si tratta di una pezza e mezzo di terra “posit. extra portam Portunsem in loco qui dicitur S. Pacera in proprietate dicti monasterii et prope dictam ecclesiam SS. Ciri et Ioannis”.

In un altro documento del 1321 si legge che le monache danno a lavorare Giacomo di Calli sto “quodam casa/e ipsius monasterii quod vocatur SS. Ciri et Iohannis quod casale ipsius est in loco qui dicitur vulgaliter S. Pacera”.

Ancora in un documento si fa menzione di un tale “Rainaldo de sancta Pacera, iuris utriusque peritus, camerarius collegii iudicum et advocatorum Urbis”. Al riguardo il Tomassetti scrive: “Può credersi che questo luogo fosse abitato in quel tempo, ovvero che dei possedimenti quivi goduiti, venisse intitolato questo giureconsulto. Certamente deve trattarsi di questo luogo, perché l’atto è di S. Maria in via Lata” (12).

Nel 1325 la chiesa comincia ad essere indicata semplicemente col nome S. Pacera: “Iuxta ecclesiam S. Pacera”.

Nel 1376 le monache di S. Ciriaco danno in enfiteusi a Paolo di Beleogia sei pezze di terra “extra portam Portuensem prope ecclesiam S. Passere”. Da questo periodo in poi la chiesa verrà chiamata col nome di S. Pacera o Passera.

Riguardo alla trasformazione del nome della chiesa il Tomassetti ha rilevato come questa “corruzione onomastica” fosse “nota anche al Genneau, autore della gran Vie des saints, edita a Parigi nel 1724, dedicata al cardinale di Noaille (voi. I, pag. 424), quantunque egli si mostrasse incredulo del fatto della traslazione”. Ma, come rileva il Cavazzi, “il primo che trovò l’etimologia di questa inaudita Passera fu il sagace e dotto Mabillon” un benedettino francese del seicento, che si occupò di paleografia.

Dal nome Abba Cyrus, si è giunti a quello di S. Passera, a causa di una distorsione fonetica popolare, attraverso alcune varianti quali: Ahbaciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera. Questa trasformazione del nome della chiesa non deve sorprendere, perché, come ha scritto il Cavazzi, “non sono rare anche le più inaudite corruzioni di vocaboli. Della tenuta campestre, per esempio, chiamata la Procula si fece santa Broccola e di Galla patrizia Barbara patricia. Anzi di fronte a queste e ad altre tra­sformazioni di vocaboli che potrebbero addursi, il passaggio Abbacino-Passera non è davvero dei più strani”.

Una volta ammessa questa denominazione della chiesa, secondo l’Armellini, non potendosi trovare né nel Martirologio, né altrove alcun accenno di una S. Passera, molti fedeli pensarono che sotto tale nome si nascondesse in realtà S. Prassede. Così per lungo tempo, ogni 21 giugno, il giorno dedicato alla santa, “il popolo correva in folla alla chiesolina”.

Nel XIV secolo la chiesa doveva trovarsi in decadenza e molto trascurata se, nel catalogo delle chiese romane che si conserva a Torino, dell’anno 1320 circa, al numero 237 troviamo: “Ecclesia sanctorum Ciri et Iohannis extra portam non habet servitorem”. E questo il periodo in cui il papato è in esilio ad Avignone e tutte le chiese di Roma sono in uno stato di abbandono, mentre si assiste ad un certo “raffreddamento” del sentimento religioso popolare.

Una svolta importante nella storia della chiesa, si ebbe quando il papa Eugenio IV nel 1435 soppresse l’ordine delle monache benedettine di S. Ciriaco, per la decadenza del loro primitivo fervore ed i loro beni, con tutti i relativi diritti e doveri, passarono al Capitolo di S. Maria in via Lata.

I canonici di S. Maria in via Lata iniziarono ogni 31 gennaio, festa dei martiri Ciro e Giovanni, a recarsi a S. Passera per celebrarvi la messa. I canonici per l’occasione si fermavano li a pranzare, come risulta dall’archivio del Capitolo, dove sono conservate alcune liste di pranzi. Per uni anni, dal 1483 fino circa al 1534, fu pagata a ciascun canonico anche una indennità in denaro.

Nel 1520 però cessò l’abitudine a festeggiare solennemente il 31 gennaio a S. Passera, così che il Capitolo vi mandò quell’anno soltanto due cappellani. Nel 1526 venne deciso di celebrare la messa solenne per i due martiri nella chiesa di S. Maria in via Lata, “ed alli cappellani perciò che si mandavano alla chiesa di S. Passera, oltre la mercede, se gli dava ancora una ciambella (Lib. Camer., n. 30, f. L.48 et alibi)”.

Nello stesso periodo (1521) si resero necessari alcuni lavori di restauro ella chiesa. Altri restauri furono fatti nel 1582, 1645, e 1659. lì 22 luglio del 1576 il Capitolo decretò che nella chiesa si celebrasse la messa nella festività di S. Prassede il 21 luglio, segno evidente della sempre meno considerazione dei due martiri Ciro e Giovanni nella venerazione popolare. Anche l’antica usanza di distribuire pane benedetto nel giorno a loro dedicato, usanza probabilmente istituita dalle monache di S. Ciriaco, sembra che dopo il 1534 cadesse in disuso.

 

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